sabato 11 aprile 2009

Il Papa e Nietzsche, duello tedesco

Corriere della Sera 10.4.09
Cacciari critico, Reale approva. Vattimo: un cristiano inconsapevole. Severino: nega l’eterno
Il Papa e Nietzsche, duello tedesco
«Libertà assoluta» e «dileggio dell’umiltà»: Ratzinger contesta il filosofo
di Gian Guido Vecchi

«Via sulle navi, filosofi!», escla­ma ne La gaia scienza. E inAu­rora: «E dove dunque voglia­mo arrivare? Al di là del ma­re? ». Nietzsche e l’idea di libertà. Dell’andare ol­tre ogni «miserevole ricetto». Un pensiero che ha una responsabilità grande, riflette Benedet­to XVI citando — come già nell’enciclica Deus Caritas est — il filosofo suo compatriota: «Frie­drich Nietzsche ha dileggiato l’umiltà e l’obbe­dienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi. Ha messo al lo­ro posto la fierezza e la libertà assoluta dell’uo­mo ».

Parole tanto più significative se si considera che il Papa, ieri mattina nella Basilica di San Pie­tro, parlava ai sacerdoti durante la Messa cri­smale: davanti a cardinali, vescovi e presbiteri che «rinnovano le promesse» prima delle cele­brazioni di Pasqua. Un’omelia raffinata sul sen­so della «consacrazione» come «sacrificio» di sé, un «togliere dal mondo e consegnare a Dio» che per i sacerdoti «non è una segregazione» ma un donarsi a tutti, come Gesù «sacerdote e vittima» che «si consegna al Padre per noi» e prega per i discepoli: «Consacrali nella verità». È a questo punto che Benedetto XVI ha alzato lo sguardo: «Come stanno le cose nella nostra vi­ta? Siamo veramente pervasi dalla parola di Dio? O non è piuttosto che il nostro pensiero sempre di nuovo si modella con tutto ciò che si dice e che si fa? Non sono forse assai spesso le opinioni predominanti i criteri secondo cui ci misuriamo?». Di qui il riferimento a Nietzsche e al dileggio dell’umiltà in favore della libertà assoluta. Il Papa chiede di «imparare da Cristo la retta umiltà», non certo «una sottomissione sbagliata, che non vogliamo imitare». E vede un pericolo: «Esiste anche la superbia distrutti­va e la presunzione, che disgregano ogni comu­nità e finiscono nella violenza».

Problema: le cose stanno così? E fino a che punto Nietzsche ne sarebbe responsabile? «Il Papa ha perfettamente ragione nel prendersela con le libertà assolute e le fierezze virili, ma te­mo che la sua lettura di Nietzsche risenta di un’interpretazione vecchia», commenta Massi­mo Cacciari, autore di un saggio sul «Gesù di Nietzsche», un tema che compare anche nella sua opera più recente, Della cosa ultima. «La libertà di Nietzsche è problematica, non è quel­la dei moderni che anzi critica: la sua è una vi­sione presente in Schelling che sarà ripresa da Heidegger, la libertà non come qualcosa che 'tu hai' ma che 'ti ha'». Ma non basta: «Lo Za­rathustra ha pagine in cui indica nella figura dell’Oltreuomo la capacità di donare tutto, di non tenere nulla per sé: amo coloro che sanno tramontare, dice. Ci sono passi in cui l’affinità tra Oltreuomo e Gesù è fortissima. Del resto la polemica di Nietzsche contro il cristianesimo è rivolta alla teologia paolina, peraltro fraintesa, e non alla figura sinottica di Gesù». Secondo Cacciari, insomma, «la grandezza di un filosofo imprescindibile per la contemporaneità an­drebbe compresa in tutta la sua complessità, al­trimenti la polemica danneggia la stessa predi­cazione come capacità di assimilare a sé le voci discordanti. Gesù andava da coloro che lo ris­pecchiavano, era un narciso? O invece si rivolge­va ai pubblicani, al centurione? 'Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!'. Perché la Chiesa non si sforza di fare lo stesso con Nietzsche e la cultura contempora­nea? ».

Emanuele Severino, che al filosofo tedesco ha dedicato L’anello del ritorno, sorride: «Ai cat­tolici dico sempre che con l’inevitabilità di que­sti pensieri bisogna fare seriamente i conti». Dal suo punto di vista, capisce il Papa: «Per la tradizione al centro della verità c’è Dio mentre Nietzsche, preceduto da Leopardi, mostra l’im­possibilità di ogni eterno e di ogni divino. Con­seguenza necessaria è la negazione di ogni 'umiltà' rispetto al divino. E l’esaltazione di li­bertà e fierezza». Questo però non c’entra con le idee correnti: «La libertà di Nietzsche presup­pone si sappia perché 'Dio è morto'. L’ateismo, il relativismo, l’indifferentismo sono essi stessi superficiali e dogmatici, non hanno nulla a che fare con la radicalità di quel pensiero. Ci vuole ben altro per arrivare a Nietzsche e a Cristo!».

In tutto questo, uno studioso nietzschiano come Gianni Vattimo riconosce a Benedetto XVI di «aver ragione sul dileggio dell’obbedien­za », ma non sull’umiltà: «Nietzsche è un cristia­no inconsapevole, o che non voleva riconosce­re di esserlo: un po’ per via del padre pastore protestante e un po’ perché amava il Vangelo ma non la struttura gerarchica della Chiesa, co­me me. Penso alle tre metamorfosi che aprono lo Zarathustra: lo spirito da cammello si fa leo­ne e si rivolta alle autorità, ma alla fine si muta in fanciullo, 'occorre un sacro dire di sì'. E non era Gesù a dire che dobbiamo diventare come fanciulli?». Sarà, ma il filosofo cattolico Giovan­ni Reale non è convinto: «Nietzsche ha scritto cose molto belle e cose terribili. Ciò che presen­tava come una conquista si è rivelato terribile, Benedetto XVI ha ragione. La libertà assoluta al­la fine l’abbiamo avuta. Però, come diceva Bau­man, ci è arrivata con il cartellino del prezzo, un prezzo salatissimo: l’egoismo, la solitudi­ne ». Non è un caso che il Papa si sia rivolto ai sacerdoti: «Loro hanno la responsabilità di dire la Parola. Io non mi capacitavo: perché Gesù non ha lasciato nulla di scritto? L’ho capito gra­zie a Platone, al finale del Fedro: la verità non si scrive sui rotoli di carta ma nel cuore degli uo­mini».

Contro Nietzsche. L’accusa del papa al filosofo nichilista

la Repubblica 10.4.09
Contro Nietzsche. L’accusa del papa al filosofo nichilista
di Franco Volpi

I mali che secondo Ratzinger risalgono al filosofo tedesco, dalla violenza al relativismo

Durante la messa del giovedì santo Benedetto XVI ne richiama la figura: "il suo pensiero ha dileggiato l´umiltà e l´obbedienza"
Il suo pensiero è stato considerato una fonte di ispirazione per l´ideologia nazista
Molti stereotipi, tra cui l´idea della morte di Dio hanno condizionato il pensiero
Un tragico osservatore del vuoto spirituale in cui versa il mondo moderno

Povero Nietzsche! È stato l´unico filosofo a cui è toccato il singolare privilegio di essere considerato responsabile niente meno che di una guerra mondiale. Durante il conflitto del 1914-1918 in una libreria di Piccadilly erano esposti in vetrina i diciotto volumi delle sue opere complete in inglese, con una scritta a lettere cubitali: The Euro-Nietzschean-War: leggete il diavolo per poterlo combattere meglio!
Poi venne il nazionalsocialismo, e alcune sue dottrine - il superuomo nel senso della selezione biologica, la volontà di potenza, l´antropologia dell´animale da preda e della bestia bionda - furono considerate alla stregua di una fonte di ispirazione dell´ideologia razzista e del totalitarismo.
Più tardi, dato che egli diagnostica alcune esperienze negative del Novecento come la «morte di Dio», la decadenza dei valori tradizionali o l´avvento del nichilismo, si è prodotto un singolare transfert: si è scambiato il suo pensiero per la causa della crisi che esso in realtà voleva solo analizzare e superare. Nietzsche è diventato allora il distruttore della ragione, il maestro dell´irrazionale, il teorizzatore del nichilismo e del relativismo.
Tutti questi stereotipi hanno fortemente condizionato la sua immagine e la sua fortuna. E per questo egli ha suscitato entusiasmi e attirato anatemi, ha ispirato movimenti di avanguardia, mode culturali e stili di pensiero, ma anche provocato reazioni e rifiuti altrettanto risoluti. Ovviamente anche da parte cattolica.
Benché autorevoli interpreti - padre Paul Valadier, per esempio, o il teologo Eugen Biser - abbiano cercato di mostrare il contrario, non c´è dubbio che tra alcune dottrine nicciane e altrettanti insegnamenti fondamentali del cristianesimo ci sia una profonda incompatibilità. Non stupisce perciò che il Papa consideri Nietzsche un cattivo maestro, e che riconduca alla sua filosofia alcuni mali del mondo contemporaneo. Negli ultimi anni egli non si è stancato di denunciare il pericolo del relativismo e del nichilismo, fomentato da Nietzsche. Adesso, nel criticare l´ideale di umanità predominante nel mondo attuale, basato sul valore dell´autoaffermazione individuale, egoistica e libertaria, ricorda la responsabilità di Nietzsche: «Egli ha dileggiato l´umiltà e l´obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi, e ha messo al loro posto la fierezza e la libertà assoluta dell´uomo».
Ora, al di là del fatto che l´opera di Nietzsche è un autentico puzzle, un subisso di frammenti e aforismi la cui combinazione in una dottrina d´insieme è tutt´altro che assodata, sarebbe un peccato non approfondire gli spunti che vengono da queste critiche con qualche domanda. Ed è meglio prendere Nietzsche non per le risposte che dà, ma per le domande che pone.
Primo: dopo che la storia ci ha insegnato che spesso il possesso della Verità produce fanatismo, e che un individuo armato di verità è un potenziale terrorista, vien fatto di chiedere: il relativismo e il nichilismo sono davvero quel male radicale che si vuol far credere? O essi non producono forse anche la consapevolezza della relatività di ogni punto di vista, quindi anche di ogni religione? E allora non veicolano forse il rispetto del punto di vista dell´altro e dunque il valore fondamentale della tolleranza? C´è del bello anche nel relativismo e nel nichilismo: inibiscono il fanatismo.
Quanto poi alla concezione dell´uomo aristocratica e libertaria, anche qui sarebbe un peccato limitarsi alla superficie dei singoli aforismi di Nietzsche. Sarebbe come, in un quadro pointilliste, vedere solo i tocchi cromatici e non l´insieme della pittura. Ebbene, da tragico osservatore del vuoto spirituale in cui versa il mondo moderno, Nietzsche non vuole essere un «predicatore di morte». Non intende adagiarsi nella negazione dei valori e nel cupio dissolvi. Al contrario, vuole superare il nichilismo: vuole far sì che esso si compia in modo da «averlo dietro di sé, sotto di sé, fuori di sé». A tal fine auspica un contro-movimento da cui nascano nuovi valori, e lo individua nella creatività dionisiaca dell´arte.
La sua critica della mentalità e della morale «del gregge», la sua difesa di quello che potremmo definire un «diritto all´eccellenza», è un tentativo di superare la sterilità della semplice proibizione, dell´abnegazione e della rinuncia, che mortificano la vita. Nietzsche vuole che la vita si realizzi in tutte le sue potenzialità. E consiglia perciò un atteggiamento «creativo» che dia alla vita tutta la sua pienezza, analogo a quello dell´artista che imprime alla sua opera una forma bella. In tal senso la sua nuova morale è una sorta di «estetica dell´esistenza» il cui imperativo raccomanda: «Diventa quello che sei!» E anche se la vita non è bella, sta a noi cercare di renderla tale.
Uno dei problemi della Chiesa attuale è che la produzione della felicità le è sfuggita di mano. Ma non è colpa di Nietzsche se la forza dei Vangeli svanisce e la condizione dell´uomo occidentale è sempre più paganizzata.

Anatema del papa su Nietzsche «Troppo libero»

l’Unità 10.4.09
La fede über alles
Anatema del papa su Nietzsche «Troppo libero»
Ratzinger ai sacerdoti Ieri in un’omelia ha lanciato un atto d’accusa contro il filosofo tedesco, la sua «superbia distruttiva» e la sua «presunzione che finiscono nella violenza». Lo avrà letto sul serio?
di Bruno Gravagnuolo

C’è ragione e ragione. La scienza ce l’ha «piccola»
«Nell’ultimo decennio, la resistenza della creazione a farsi manipolare dall’uomo si è manifestata come elemento di novità nella situazione culturale complessiva. La domanda circa i limiti della scienza e i criteri cui essa deve attenersi si è fatta inevitabile»: Ratzinger nel ’92. Da Papa non ha cambiato idea: la fede è più verità della scienza

Galileo? «La sentenza della Chiesa fu giusta»
L’anno scorso il Papa, usando erroneamente una frase del filosofo agnostico-scettico Feyerabend scrisse nel discorso che avrebbe dovuto tenere alla Sapienza di Roma: «La sua (della Chiesa, ndr) sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione».

L’evoluzionismo ha una «razionalità ridotta»
Conferenza di Ratisbona, 2006. Il Papa distingue tra «ragione ristretta» tipica della scienza e «ragione estesa» che coincide con la fede. Alla luce della ragione estesa, il darwinismo diventa dotato di una razionalità inferiore. Il Papa ha aperto quindi un conflitto non tra scienza e fede ma tra due razionalità di rango diverso.

Tutta colpa di Nietzsche. E non solo la crisi delle vocazioni, il rifiuto dell’obbedienza, e della parola di Dio. Ma anche l’omologazione delle coscienze, figlia della «superficialità di tutto ciò che di solito si impone all’uomo di oggi». E tutta colpa di Nietzsche pure «la superbia distruttiva e la presunzione, che disgregano ogni comunità e finiscono nella violenza». Insomma, atto d’accusa globale contro il filosofo tedesco, quello pronunciato ieri da Papa Ratzinger, in occasione della «messa crismale», durante la quale si benedicono gli olii santi prima della Pasqua. Un’accusa esplosa in un’omelia dedicata ai sacerdoti delle Diocesi di Roma, e riuniti in San Pietro. E con toni e accenti davvero inconsueti in un Pontefice. Almeno dai tempi in cui nel Sillabo Pio IX condannava liberalismo e ideologie democratiche e socialiste, come fomite dei mali assoluti di quel tempo.
In realtà mai in passato un Papa si era scagliato con tanta foga contro un solo filosofo, fatto responsabile di tutte le nequizie dell’umanità contemporanea. Come se il filosofo dell’Eterno Ritorno fosse lui stesso, e in prima persona, una sorta di incarnazione del diavolo, e della superbia tentatrice e luciferina che ne caratterizza l’ombra distruttiva all’opera.
Quindi, valore paradigmatico per il Papa delle idee nietzscheane in ordine al fondamento del «male». E inserite in quanto tali in un ragionamento etico e teologico ben preciso. Che mette al centro due colpe ben precise del filosofo: l’aver «dileggiato l’umiltà e l’obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi». E l’aver «messo al loro posto la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo». Di qui appunto il rifiuto del’Autorità e la violenza distruttiva connesse alla presunzione di un «volere autonomo», svincolato dala fede. E di qui il mito dell’«autorealizzazione», che rifiuta la vera «verità del nostro essere», ovvero «la retta umiltà che si sotomette a Dio». Certo ammette il Papa - con riferimento alla critica nietzscheana dello zelo virtuoso - esistono anche «caricature di una sottomissione e di una umiltà sbagliata». Ma il rischio più grave per il Pontefice teologo restano la ribellione e la presunzione. Nonché il rifiuto dei «sacrifici» che ci rendono amici di Cristo e che a Lui consacrano la nostra esistenza. Una esistenza che è davvero consacrata, aggiunge il Papa, proprio quando essa è rescissa da «connessioni mondane», come nel sacerdozio obbediente. Che ben per questo può poi diventare «disponibile per gli altri».
Toni demonizzanti, lo abbiamo detto, ma che rivelano altresì molte cose. In primo ruolo il rifiuto da parte di questo Papa di riconoscere dignità autonoma al valore della libera coscienza e della libera indagine a partire dalla «soggettività», moderna o premoderna. Un atteggiamento in flagrante contraddizione sia con l’etica «rischiosa» di Agostino, che prescriveva la ricerca del vero in interiore homine. Sia con quella kantiana, basata sull’autonomia della «ragione pratica», e coincidente con il «regno dei fini», senza necessariamente vederselo prescritto dalle norme positive racchiuse nella fede rivelata. Non parliamo poi del «libero esame luterano» e della «giustificazione individuale per fede e non per le opere». Dimensioni che questo Pontefice evidentemente respinge, e che stante il suo rifiuto programmatico del «dialogo», non riesce a includere nemmeno dentro il semplice ascolto «inter-confessionale».
Paradossalmente, è proprio il principio della libertà interiore - seme germogliato dal cristianesimo stesso e secolarizzatosi nella modernità - ciò che questo Papa rifiuta. A meno che esso non sia inserito dentro il «crisma» dell’Autocritas e delle Chiavi di Pietro - dalla Chiesa detenute. Tutto il resto è relativismo, presunzione. E infine violenza distruttiva. Come tali frutto dell’indebita autonomia della ragione, che lasciata a sé è male. È il Male. E Nietzsche? Senza dubbio nella sua radicalità libertaria si presta a meraviglia all’intemerata papale. Salvo che la sua «recezione» da parte di Ratzinger è banale e orecchiata. Non è fondata sui testi, e corrisponde piattamente alle interpretazioni più logore dei fascismi e del marxismo-stalinismo. Le prime persuase di trovare nel filosofo un anticipatore della volontà di potenza etnica e imperiale (il Nietzsche riscritto dalla sorella reazionaria e «nordificato» dai nazisti). Le seconde convinte di aver scoperto nel filosofo il volto della «borghesia irrazionalista» nell’epoca dell’«Imperialismo fase suprema del capitalismo». Interpretazione questa avallata oggi da Ernst Nolte, che vede nel Superuomo la rivolta del borghese tedesco minacciato di annientamento da parte socialista e comunista. Il vero Nietzsche? Fragile, problematico, a modo suo disperato. E in certo senso cristiano, come scrisse con acume Karl Jaspers, capace di scoprire in lui una radicalità etica volta a liberare l’uomo dalle illusioni che lo rendono ipocrita e violento, magari con la scusa di fedi e ideologie. Nietzsche perciò dai mille volti ma teso alla gioia del conoscere (Gaia Scienza). Alla «pienezza del dare» e al grande stile estetico che fa del mondo un giardino. E Nietzsche che scrive: «Dove si dice “ama il prossimo” tuo c’è sempre qualcuno che è escluso da quell’amore, un lontano. Ecco, io amo quel lontano». Già, tra Nietzsche e Cristo ci sono forse più cose in comune che questo Papa non immagini. A leggerlo sul serio.

lunedì 30 marzo 2009

Friedrch Nietzsche: Il corpo e il suo divenire

Santi Lo Giudice
Friedrch Nietzsche: Il corpo e il suo divenire
Riza scienze, aprile 1987.
Dalla presemessa

Limitarsi a vedere ciò che sta dietro la nietzscheana critica della conoscenza come un attacco a quello che è forse il più strutturale di tutti gli assunti a sostegno del processo conoscitivo — ossia la monistica convinzione che alle spalle dell’esistenza e del divenire ci sia un fondamento unico o una gerarchia di verità organiche derivanti da un unico e incontrovertibile principio primo — è un voler minimizzare il respiro prospettico che sorregge la Weltanschauung nietzscheana e ricondurla sotto le forti ma asfittiche ali della tradizione scettica, di Hume e più specificamente di Berkeley. Tale accusa di epigonicità avrebbe fondamento se Nietzsche si fosse limitato a un’analisi dei giochi semantici (relativi alla logica formale) alla luce del punto di vista scettico che ogni conoscenza è soggettiva. Ma siccome Nietzsche accanto e dentro l’atteggiamento analitico nei riguardi della logica formale intraprende un’indagine psicologica delle origini e soprattutto delle funzioni della conoscenza, ogni aggancio alle propaggini della storia della cultura si rivela riduttivo e sorge il sospetto, in chi questo aggancio mette in atto. di volere dare vita, accanto alla categoria degli “avversari di Nietzsche” e accanto alla categoria di “quelli (...) che non hanno capito chi è stato Nietzsche” ( di cui parla Sergio Moravia nella Introduzione ad una recente ristampa di saggi sul filosofo tedesco) di una terza categoria: ossia di quelli (e sono tanti) che hanno capito Nietzsche fin troppo bene e se ne sono innamorati al punto da non poter fare a meno della sua compagnia, ma che, nel presentarlo al pubblico, preferiscono soffermarsi minuziosamente sulle virtù di qualche suo illustre antenato piuttosto che su quelle che gli appartengono.
(…)

venerdì 27 marzo 2009

L'uomo folle

L'uomo folle
Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: «Cerco Dio! Cerco Dio!». E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. «È forse perduto?» disse uno. «Si è perduto come un bambino?» fece un altro. «Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?» — gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: «Dove se n'è andato Dio? - gridò - ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci détte la spugna per strusciar via l'intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli?" Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infi-
nito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatóri, quali giuocchi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un'azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!». A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch'essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. «Vengo troppo presto - proseguì — non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest'azione è ancor sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l'hanno compiuta!». Si racconta ancora che l'uomo folle abbia fatto irruzione, quel lo stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatene fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: «Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?».
Friedrich Nietzsche - la gaia scienza

Sono giunto così alla conclusione ed esprimo il mio giudizio.

- Sono giunto così alla conclusione ed esprimo il mio giudizio.
Io condanno il cristianesimo, levo contro la Chiesa cristiana la più tremenda di tutte le accuse che siano mai state sulla lingua di un accusatore. Essa è per me la massima di tutte le corruzioni immaginabili: essa ha avuto la volontà dell'estrema corruzione possibile. La Chiesa cristiana non lasciò nulla d'intatto nel suo pervertimento, essa ha fatto di ogni valore un disvalore, di ogni verità una menzogna, di ogni onestà un'abiezione dell'anima. Si osi ancora parlarmi dei suoi benefìci «umanitaria! L' eliminazione di una qualsiasi penosa condizione andava contro il suo più profondo vantaggio: essa viveva di condizioni penose, essa creava condizioni penose per eternizzare se stessa...
Il verme del peccato, per esempio: soltanto la Chiesa ha arricchito l'umanità di questa penosa condizione! - L'« uguaglianza delle anime dinanzi a Dio », questa falsità, questo pretesto per le rancunes di tutte le anime ignobili, la materia esplosiva di questo concetto che finì per diventare rivoluzione, idea moderna e principio di decadenza dell'intero ordine sociale - è dinamite cristiana... « Benefìci umanitari » del cristianesimo! Coltivare l'humanitas così da trame fuori una contraddizione di sé, un'arte della masturbazione, una volontà di mentire a ogni costo, una ripugnanza, un disprezzo di tutti gli istinti buoni e onesti! Queste per me sarebbero le benedizioni del cristianesimo! - II parassitismo come unica prassi della Chiesa; col suo ideale clorotico della « santità » va bevendo fino all'ultima goccia ogni sangue, ogni amore, ogni speranza di vita; l'al di là come volontà di negazione d'ogni realtà; la croce come segno di riconoscimento per la più sotterranea congiura che sia mai esistita - contro salute, bellezza, costituzione ben riuscita, valentia, spirito, bontà dell'anima, contro la vita stessa... Questa eterna accusa al cristianesimo voglio scriverla su tutti i muri, ovunque esistano muri - posseggo caratteri per far vedere anche i ciechi… Definisco il cristianesimo l'unica grande maledizione, l'unica grande e più intima depravazione, l'unico grande istinto della vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, furtivo, sotterraneo, meschino - lo definisco l'unica immortale macchia d'infamia dell'umanità. Computiamo il tempo da quel dies nefastus con cui ebbe inizio questa fatalità - dal primo giorno del cristianesimo! - E perché non invece dal suo ultimo giorno? - Da oggi? - Trasvalutazione di tutti i valori!...
Friedrich Nietzsche, da "l'anticristo"

Parla il martello

Parla il martello
Così parlò Zarathustra, 3, 90
« Perché così duro? - disse una volta il carbone al diamante. non siamo forse parenti stretti? ».
Perché così molli? fratelli miei, questo io chiedo a voi: non siete forse - i miei fratelli?
Perché così molli, così cedevoli e arrendevoli? Perché nei vostri cuori è tanta negazione, rinnegamento? Così poco destino nel vostro sguardo?
E se non volete essere destini e inesorabili: come potreste un giorno, insieme a me - vincere?
E se la vostra durezza non vuole lampeggiare e scindere e tagliare: come potreste un giorno, insieme a me - creare? Tutti i creatori infatti sono duri. E dovrà parervi beatitudine, premere la vostra mano su millenni come su cera; -- Beatitudine scrivere sulla volontà di millenni come su bronzo — più dura che bronzo, più nobile che bronzo. Solo le cose più nobili sono veramente dure.
Questa nuova tavola, o miei fratelli, io pongo sopra di voi: divenite duri!
Friedrich Nietzsche

domenica 22 febbraio 2009

Ammaestrava le folle con gli insegnamenti e operando...



Lorenzo Banfi e Patrizia Clerici
L'allegro testamento
Glenat Italia, Milano, 1992

domenica 15 febbraio 2009

Plato amicus sed. Introduzione ai dialoghi platonici

Friedrich Nietzsche
Plato amicus sed. Introduzione ai dialoghi platonici
a cura di Pietro Di Giovanni, Bollati Boringhieri, Torino 1991, pagg. 212.

La pubblicazione degli appunti preparatori delle lezioni su Platone tenute da Nietzsche a Basilea fornisce un importante contributo alla ricostruzione della complessa trama che sottende il pensiero del filosofo tedesco. La lettura degli schemi e delle note delle lezioni del decennio basileese non appare infatti una trascurabile appendice alla produzione filosofica giovanile, scandita, come è noto, dalla stesura di due opere originali e di straordinario rilievo storico: La nascita della tragedia e Filosofia nell’epoca tragica dei greci, pubblicate rispettivamente nel 1872 e nel 1873.
Le annotazioni su Platone stese dal giovane e insolito professore di filologia classica ci consentono di osservare da una nuova prospettiva la fase giovanile di Nietzsche e ci suggeriscono originali riflessioni sul periodo di formazione e di consolidamento del suo pensiero. Ne indichiamo almeno due. La prima, rilevante considerazione che le pagine ci propongono investe l’intreccio tra il lavoro filologico di scavo e interpretazione dei testi classici condotto da Nietzsche in linea ai criteri « scientifici « del filologismo puro della scuola di Ritschl e l’emergere di propensioni filosofiche che, con aurorale prepotenza, premono i margini del rigoroso metodologismo filologico. Il giudizio di Nietzsche nei confronti dei filologi di professione si farà via via più critico mentre si precisa la prospettiva delle sue indagini: bisogna attingere dal passato, scrutato con gli strumenti della filologia, la coscienza dell’uomo moderno.
Il secondo problema cui queste note ci rinviano concerne il senso del confronto nietzscheano con l’antichità, confronto mediato dalla figura di Platone. Il platonismo costituisce un punto di riferimento continuo che percorre l’intero arco del pensiero di Nietzsche:
queste pagine ~‘ sparse «sono dunque la premessa del rapporto contrastante, tortuoso ma pur sempre vitale che lo lega al grande filosofo greco.
Quando Nietzsche giunge a Basilea nel febbraio del 1869 ha già maturato il proprio apprendistato di filologo in qualità di allievo del Prof. Ritschl, illustre latinista. All’università di Lipsia ha letto Teognide, Omero, Democrito, Diogene Laerzio. Tra i moderni Kant, Lange ma soprattutto Schopenhauer scoperto quasi a caso nel 1865: Nietzsche ci lascerà una memorabile testimonianza della lettura del Mondo. Ha già incontrato Wagner una prima volta nel 1868 nella casa di Herman Brockhaus.
Nel febbraio del 1869 le autorità basileesi formalizzano la chiamata di quel giovane e promettente filologo alla università cittadina e gli affidano la cattedra di lingua e letteratura greca. Pochi mesi dopo egli rinuncerà alla cittadinanza prussiana e si farà apolide: lo resterà per tutta la vita. Divide il suo insegnamento tra l’Università e il Pedagogium, il liceo cittadino. Inizia la carriera accademica che interromperà dieci anni più tardi quando nel 1879, per ragioni di salute, lascerà per sempre l’insegnamento, aprendo la nuova fase della sua esistenza: il nuovo inizio è segnato, sul piano della produzione filosofica, dalla pubblicazione di Umano, troppo umano, dedicato a Voltaire. Ancora un decennio di straordinaria, intensa esperienza di vita e di pensiero, poi il crollo e il buio della follia.
I primi anni a Basilea sono segnati da intenso lavoro e da amicizie decisive: Burckhardt, Bachofen, Overbeek e la grande fascinazione di Wagner rivi





sto a Tribschen nel maggio del 1869. Nietzsche è un professore meticoloso, preciso e gli appunti delle sue lezioni lo testimoniano: tiene seminari di lettura e commento sul Fedone e nei semestri successivi (fino al 1876) svolge lezioni dedicate alla introduzione ai singoli dialoghi platonici e alla vita e dottrina del filosofo greco. Quando il 29 dicembre 1871, con il frontespizio che raffigura Prometeo liberato dalle catene e con la prefazione di Wagner, appare la prima edizione de La nascita della tragedia, sono in molti a pensare che si tratti di un suicidio intellettuale del giovane filologo.
L’accoglienza è gelida: il Prof. Ritschl annoterà nel suo diario:» Il libro di Nietzsche, Nascita della Tragedia = stravaganza geniale «. Rispondendo all’allievo che gli sollecita un giudizio, scriverà: « Lei non può pretendere da un « alessandrino «, da uno scienziato, di condannare la conoscenza e di scorgere solo nell’arte la forma rigeneratrice, redentrice e liberatrice del mondo «. Qualche mese dopo il giovane filologo Wilamowitz aprirà con un celebre saggio la polemica contro il capolavoro di Nietzsche.
Ma La nascita della tragedia e la successiva opera La filosofia nel’epoca tragica dei greci non sono casi isolati. Come scrive Piero Di Giovanni: ~‘ Esse sono solo la prima testimonianza evidente e clamorosa di uno spirito libero che ha già manifestato i tratti della sua personalità di pensatore, oltre che di studioso, e ha già mosso i primi timidi passi lungo quel cammino che dagli anni della formazione e dell’insegnamento universitario condurrà alla grande stagione della “Gaia scienza”, dello “Zarathustra” e dei “Frammenti postumi” «.
E in questo quadro di grande tensione intellettuale che vanno situati gli appunti nietzscheani su Platone:
essi ci rivelano, innanzitutto, il continuo, assiduo confronto che il giovane filologo opera con i numerosi studi dedicati alla filosofia platonica che, a partire dalla fondamentale traduzione dei dialoghi condotta da Schlelermacher tra 111804 e il 1828, si susseguono in Germania. Nietzsche non si riconosce in alcuna tradizione interpretativa e propone una personale immagine del filosofo greco: Platone è stato un radicale riformatore politico. Egli colloca il filosofo greco in una dimensione di conflittualità con la sua contemporaneità che ne esalta la tragicità.
Ben più radicale di Socrate (in fondo un buon cittadino), il Platone politico era colui che ~~combatteva ad oltranza contro tutte le forme di organizzazione statale esistenti ed era un rivoluzionario del tipo più radicale «. Questo giudizio di Nietzsche non deve sorprendere poiché è ricavato da una intelligente e penetrante analisi: il filosofo greco giudica uomini e istituzioni alla luce della teoria della verità cui è pervenuto dopo una complessa vicenda esistenziale e numerose mediazioni teoriche che il giovane Nietzsche ripercorre instancabilmente.
La dottrina platonica delle idee non è l’approdo ad un sereno sovramondo ma il punto conclusivo di una profonda esperienza che parte da Eraclito e dalla perenne mutevolezza della realtà sensibile: Platone sperimenta un disperato scetticismo verso ogni conoscenza (cupa disperazione, scriverà Nietzsche). Socrate e Pitagora (soprattutto quest’ultimo) aprono la via all’episteme, alla convinzione della possibilità di « sapere «.
Il Platone nietzscheano è un filosofo solitario, eretico della polis, aperto a quello ~~stupore» (pathos, afferma Nietzsche) a quello» sconvolgimento «da cui nasce la filosofia e che solo uno sguardo disinteressato sul mondo può produrre (e giustamente De Giovanni ricorda che in questo Nietzsche anticipa HusserI ed Heidegger). L’antiplatonismo di Nietzsche, che diverrà più esplicito nelle opere della maturità, va spiegato all’interno di quel rapporto complesso e contraddittorio cui abbiamo sopra accenato. Il filosofo tedesco scriverà, ad esempio nel Crepuscolo degli idoli, a proposito della contrapposizione platonica tra mondo vero e mondo falso (o apparente):
~‘ll mondo apparente è l’unico mondo: il ‘vero’ mondo è solo una aggiunta mendace «. Ma colgono solo una parziale verità coloro che interpretano Platone come filosofo della» identità ~ contrapposto a Nietzsche filosofo della « differenza «.
Il filosofo greco resterà per l’autore dello Zarathustra un’esperienza fondamentale, eguagliabile forse a quella di Schopenhauer.
Michele Del Vecchio

Diorama Letteraio, Giugno 1991, n. 149, Pagine 19-20

Friedrich Nietzsche o del radicalismo aristocratico

Georg Brandes
Friedrich Nietzsche o del radicalismo aristocratico
Ar, Padova 1995, pagg. 129.

Georg Brandes (1842-1927), storico e critico danese di larga fama ai suoi tempi, polemista di orientamento hegeliano, fu il primo intellettuale ad occuparsi a fondo di Nietzsche e a divulgarne il pensiero, già con un corso universitario nel 1888. Il breve studio ora tradotto in italiano, uscito a Copenhagen nel 1899, contribuì ulteriormente a diffondere quella vulgata nietzscheana che presto assunse in molti ambienti culturali europei le dimensioni di una moda dilagante.
Interessato alla ricerca su personaggi dalla forte individualità, da Cesare a Napoleone a Dostoevskij, di cui fu biografo, Brandes lesse la figura di Nietzsche da quel lato di iconoclasta individualismo che più Io attraeva, rappresentandolo come un momento di coscienza reattiva di contro al generale conformismo del tardo Ottocento. Come bene osserva Francesco Ingravalle nella nota introduttiva al volume qui recensito, « agli occhi di Brandes [...] l’immoralista e anticristo risulta una force de frappe per l’individualità contro la mediocrità culturale dei contemporanei «. Così inquadrata, anche una filosofia disorganica e contraddittoria come quella aforistica di Nietzsche finisce col risultare portatrice di un preciso e ben definibile significato: di qui l’uso del termine « radicalismo aristocratico «. Che peraltro piacque molto a Nietzsche, che ne venne a conoscenza nel corso di uno scambio di corrispondenza con Brandes risalente al 1887: «L’espressione radicalismo aristocratico che Lei impiega è ottima: mi permetta di dirlo, è la cosa più intelligente che abbia letto sinora sul mio conto », gli scrisse.
Al di là dello stesso centrale messaggio nietzscheano di un momento creativo distruttore del moralismo e artefice della nuova tipologia umana, Brandes giudica la sua filosofia da una prospettiva più distanziata, giungendo a definirla nei suoi aspetti di ricerca e volontà di una nuova cultura, uno stile diverso e più alto che desse forma solida alla civiltà. Nietzsche è visto come sensibile e ardito anticipatore di un clima superiore — fatto di omogeneità e unità e non di difformità e mescolanza — dal quale far scaturire il protagonista delle ere a venire: il superuomo, la “casta di spiriti superiori capaci di conquistare il potere » sottraendolo agli indegni « filistei della cultura» votati all’informe, al piccolo, all’omologante. Sarebbe questa una poderosa Bildung di nuovo segno, contro la propria epoca, contro i contemporanei, per il dominatore del domani, solitario ed eroico, duro con se stesso e con gli altri ma non ingiusto. Esattamente come lo sono la vita e la natura, dure anch’esse, ma che non sanno del giusto o dell’ingiusto. Il lavoro, lo scopo, la giustificazione stessa dell’esistenza umana sono dunque tutte in questa potente gestazione dell’individuo superiore, che un giorno soppianterà il semplice uomo.
E dunque il Nietzsche per così dire antropologo quello di cui parla Brandes: l’uomo di genio ristretto nella mediocrità di un’epoca conservatrice e perbenista che sente la febbre di nuovi spazi e di nuove realtà. « Ma l’elemento significativo e interessante del discorso intellettuale di Nietzsche «, scrive Brandes, «è la sua indagine su quanto la vita sia capace di far uso della storia. Dal suo punto di vista, la storia appartiene a colui che sta combattendo una grande battaglia e che, pur avendo bisogno di esempi, di insegnanti e di consolatori, non può trovarli tra i suoi contemporanei ». E lo spirito con cui il solitario di Sils-Maria si volge ad un tempo verso l’Ellade e la sua cultura tragica e verso il futuro, vaticinando il risorgere della forma eroica per mano di una trionfante «generazione intrepida «..Superate le colonne d’Ercole di Schopenhauer e di Wagner — attardatisi secondo Nietzsche entro frusti labirinti di moralismo pietistico di tipo romano-cattolico « —, la filosofia dell’avvenire sarà il superamento definitivo dell’opposizione bene-male (chi ama la vita e il piacere deve volere anche la corrispondente sofferenza), l’edificio aperto e saldo in cui nascerà il libero « legislatore di se stesso «. Il nobile, che, alla greca, è anche buono, è l’espressione della nuova-arcaica « sensibilità di appartenenza» rilanciata da Nietzsche, il quale indica nella potenza e non più solo nella volontà i fini ultimi dell’umanità liberata. Brarides, che in questo radicale differenzialismo coglie qua e là diffuse assonanze con segmenti della cultura ottocentesca (un po’ di Renan, episodi di Flaubert, echi dell’epica moderna di Spitteler), si produce in un’ottima pagina nel descrivere la diversa attitudine tra normalità e superiorità, riassumendole nelle figure alternative di Bruto e Cesare: aridità e involuzione nel primo, nobilità e semplicità unita a grandezza nel secondo.
Sono archetipi che ben introducono alle vette simboliche dello Zarathustra, dove si celebra con inarrivabile virtù poetica un prorompente amore per la vita e per la sua grandezza: « E un libro buono e profondo. Un libro splendente della sua gioia di vita, oscuro nei suoi enigmi, un libro per i rocciatori dello spirito, per i temerari e i pochi i quali praticano il grande disprezzo dell’uomo: odiano le folle e nel loro grande amore per l’uomo detestano quest’ultimo così profondamente proprio perché hanno la visione di un’umanità più alta e coraggiosa che tentano di creare ed educare ‘>. Un giudizio che renderebbe superflua gran parte della valanga di libri che si è rovesciata dall’inizio del secolo fino a oggi sulla filosofia di Nietzsche, strattonandola, opprimendola in definizioni o riletture troppo spesso parziali, interessate o frutto di mancata assonanza. Mentre essa, come ogni spirito libero vede, parla con grande chiarezza da sola.
Il violento atto di fustigazione contro tutte le degenerazioni dell’epoca — miopie piccolo-borghesi: accademismi mediocri, nazionalismi tronfi, populismi corrivi, bigottismi avvilenti, e poi massificazione del sapere e svuotamento della cultura — ma soprattutto l’ergersi solitario di un uomo malato contro lo strapotere compatto di una società volgare: ecco cosa in Nietzsche, più di tutto, affascina Brandes. Il suo parlare in grande ad un mondo che non può recepirne appieno i significati, ripiegato com’è in una fatua e morente atmosfera da belle époque, marcia interiormente e già minata da morbi come la mentalità mercantile e il socialismo, veicoli di abbassamento ulteriore del valore-uomo e di predominio di una specie inferiore, tutta incentrata sul plebeo risentimento. Anche così Brandes motiva il disprezzo che Nietzsche mostrò nei suoi ultimi anni soprattutto verso i tedeschi e i loro vizi, tra i quali include-va anche quel nazionalismo e quell’antisemitismo di piccolo cabotaggio assai diffusi all’epoca tra le categorie ai suoi occhi più detestabili: dagli accademici ai bottegai, fino all’ormai sfibrata aristocrazia dirigente. Ben altro interventismo culturale avrebbe voluto chiedere Nietzsche ai suoi compatrioti, da cui si sentiva tradito. Ben altro linguaggio — propriamente rivoluzionario ed eroico — parlava il suo intendimento per l’affermazione della vita, di fronte al quale la Germania utilitarista e conservatrice del suo tempo pareva prestare orecchio distratto.
Come scriveva Brandes in una recensione del 1909 ad Ecce Homo (che compare nell’edizione italiana insieme ad uno scritto in memoria del filosofo appena scomparso e all’interessante epistolario che intercorse tra i due uomini), Nietzsche preferì la solitudine all’incomprensione, soffrendo l’indifferenza altrui come un destino di dolore ma non cedendo mai per questo; anzi, ogni volta rafforzando quel ‘~carattere di superiore grandezza «che alla fine, sotto la condanna di una pressione psicologica sempre crescente, doveva condurlo al triste esilio della follia.
Luca Leonello Rimbotti
Da “Diorama Letterario”, febbraio 1997, nr. 201, Pagine 36-37

Conferenza Episcopale

Il Manifesto, 25 settembre 1991

Annuncio di dio

dalla rivista
Frizzer
Agosto 1985 - n. 4-5

Certi Miracoli

dalla rivista
Frizzer
settembre 1985 - numero 6

L'anticristo a fumetti - così parlo Friedrich Nietzsche - Introduzione

E' disponibile
L'Anticristo a Fumetti
Così parlò Friedrich Nietzsche
Euro 10

riportiamo parte dell'introduzione al libro:

DEDICATO A MIO FIGLIO
E A TUTTI COLORO CHE SI SENTONO UOMINI LIBERI

A MO' DI INTRODUZIONE

La mia lettura, prima occasionale e poi sistematica, dei testi dii Friedrich Nietzsche, mi ha fatto conoscere in profondità il suo pensiero filosofico, rivelandolo a me come impareggiabile psicologo capace di fissare ogni concetto in modo suo specifico, molto superiore a quanto altri pensatori siano riusciti a fare. Questa constatazione risvegliò in me l'idea che il suo modo di pensare fosse il più adeguato per indirizzare la gioventù al pensiero indipendente, alla fiducia in sé stessa e all'utilizzo autonomo delle proprie capacità intellettuali, nonché allo sviluppo di quelle capacità di carattere che dovrebbero contraddistinguere le nostre genti: comportamento degno, senso dell'onore, importanza della parola data, valore della pietas (senso romano, non cristiano/modernistico), ecc. E quando ci si dirige alla gioventù (ma non solo: si pensi a quel 37% di adulti, in Italia, che dopo la scuola smettono del tutto di leggere - sono l'esercito degli analfabeti virtuali), non c'è tramite migliore che quello del fumetto, della frase illustrata, che trasmette l'idea in modo diretto per mezzo di immagini. Da lì l'iniziativa di stampare libri a fumetti diretti ai giovani, per diffondere fra di loro la parola di Friedrich Nietzsche, incominciando con il suo Anticristo che, forse, fra le sue opere è la più attuale nei tempi che corrono. In questo libretto, a ogni pensiero clave del nietzscheano Anticristo è stata contrpposta una vignetta. - Con questo tipo di iniziativa si vuole prima incuriosire il ragazzo intelligente, perché poi egli si avvicini ai testi originali, i quali non sono 'mattoni' che dopo averli letti non si ricordano più (perché non si è capito niente), ma testi, pure difficili qualche volta nel loro contenuto, che sono scritti in modo estremamente chiaro. Testi che, una volta letti e compresi, danno solidità e sicurezza alla persona e ne rafforzano la personalità, che mettono in grado di prendere decisioni anche 'forti' senza posteriori pentimenti perché fatte da uomini e non da fantocci, che rendono palesi le regole inviolabili e immutabili della natura dando idee assolutamente chiare. - Non è accidentale che Federico Nietzsche sia stato escluso dall''istruzione pubblica', perché 'pericoloso' in quanto portavoce di idee conformi alla natura e quindi opposte a quelle dei filosofi di regime, al servizio dei 'poteri forti'.
(...)

Finirete all'inferno

Lorenzo Banfi e Patrizia Clerici
L'allegro testamento
Glenat Italia, Milano, 1992

Giona

Lorenzo Banfi e Patrizia Clerici
L'allegro testamento
Glenat Italia, Milano, 1992

Ammaestra i discepoli



Lorenzo Banfi e Patrizia Clerici
L'allegro testamento
Glenat Italia, Milano, 1992


bibliografia a fumetti

L'allegro testamento

Lorenzo Banfi e Patrizia Clerici
L'allegro testamento
Glenat Italia, Milano, 1992



Dalla quarta di copertina:

Quando si pensa a Mosé Io si immagina tutto solenne con le tavole della Legge sotto braccio... Tutti sanno che Elia viaggiava su un UFO di fuoco, mentre Caino è rimasto bollato tutta la vita per un piccolo fratricidio senza nemmeno la possibilità di dare la colpa alla società, perché la società non c’era ancora,.. Ma che faceva tutta questa gente importante nei momenti di libertà? C’era anche quella volta un “uomo della strada” e se c’era, i grandi eventi gli scorrevano addosso come l’acqua sulle anatre, come succede all’uomo della strada odierno? A tutte questi angosciosi interrogativi risponde la coppia Banfi-Clerici con competenza, serietà e, se Jehova vuole, con grande senso dell’umorismo,

dio c'è

Giuliano
L'Apostata
I libri del Male
Mazzotta, Milano, 1980

da pagina 54



Bibliografia a fumetti

Perdono

Giuliano
L'Apostata
I libri del Male
Mazzotta, Milano, 1980

da pagina 27



Bibliografia a fumetti

Giuliano. L'Apostata

Giuliano
L'Apostata
I libri del Male
Mazzotta, Milano, 1980





Bibliografia a fumetti

I

Il libro delle...

da pagina 82
di
Giuliano
Padre terno
Strisce, racconti, aforismi
Daga, Roma, 1991

La Confessione

da pagina 10-11
di
Giuliano
Padre terno
Strisce, racconti, aforismi
Daga, Roma, 1991

Padre terno

Giuliano
Padre terno
Strisce, racconti, aforismi
Daga, Roma, 1991





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Il masochista

dal libro:
Paolo Vitti
Il Nazareno
Storia di un'utopia a fumetti
a cura dello studio d'arte "andromeda" - Trento
Supplemento a "La Melamatta"
Giornale Bimestrale, gennaio-febbraio 1982.

pagina 40



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bibliografia a fumetti

Il Nazareno. Storia di un'utopia a fumetti

Paolo Vitti
Il Nazareno
Storia di un'utopia a fumetti
a cura dello studio d'arte "andromeda" - Trento
Supplemento a "La Melamatta"
Giornale Bimestrale, gennaio-febbraio 1982.

dalla
PREFAZIONE
“Padre nostro, che sei nei cieli, restaci . . . “. A Jacques Prevert non dovette risultare difficile liquidare il “lontano” Dio. Ma come si fa con Cristo, figura molto complessa, ma sicuramente terrena?

Paolo Vitti, con i suoi omini che sembrano ritagliati da una pera, ha voluto dirci, anzi disegnarci, la sua sulle vicende del Nazareno. Ne vien fuori un Cristo pronto a diventare Poverocristo, vale a dire un archetipo dell’uomo in lotta per una società migliore (ecco perché il Nazareno di queste striscie nasce a Betlemme, ma ricompare in varie epoche storiche, e soprattutto nella nostra). Ma non aspettatevi per questo un Cristo a tutto tondo, ubriacato dal suo compito storico di Redentore. E allora lo vediamo abbandonarsi alla battuta sarcastica (in croce esclama “Padre, sono già tre giorni che sono esposto, neanche fossi un Van Gogh”) o farsi prendere dal “privato” (“va a finire che con tutti questi chiodi mi becco pure il tetano”).

Insomma, un Cristo credibile, preso dalle cose concrete, degno figlio di quella Maria che, alla vista dei Re Magi, portatori di doni “inutili”, esclama “Nessuno di voi ha per caso dei pannolini?”. Un Cristo a cui, forse, manca soltanto la frequentazione di qualche sala con i video-games (la musica c’è già, come pure una natura sovrappopolata di gufi) per appassionare anche quei giovanissimi per cui il ‘68 è solo un numero pari.

Cos’altro dire? Che la Città del Concilio stenterà a riconoscere come suo questo fumetto. Ma è ormai tempo che i rappresentanti del Palazzo si abituino all’idea di produrre in loco, oltre all’ottimo Teroldego, anche le striscie graffianti, fricchettone, vagamente surreali di Paolo, in arte Vitti.

Lillo Gullo

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Gesù lava più bianco ovvero come la Chiesa inventò il marketing

Bruno Ballardini
Gesù lava più bianco
ovvero
come la Chiesa inventò il marketing
Minimun fax, Roma, 2000

dalla quarta di copertina:
La Chiesa ha preso lezioni di marketing?
"Scherziamo? La Chiesa può solo darne, di lezioni. Le aziende mortificano gli uomini misurandone la produzione, noi invece sappiamo valorizzarli. Il marketing? Ha cominciato Gesù, già duemila anni fa".
monsignor Erneto Vecchi
2 ottobbre 1997.

Dio s.p.a. - Merchandising

Pagina 46
Titolo della striscia
composto di 3 pagine
da
Massimo Cavezzali
Dio S.p.a.
prefazione di Paolo Aleandri
Acme Comix, Milano, 1991












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Dio s.p.a.

Massimo Cavezzali
Dio S.p.a.
prefazione di Paolo Aleandri
Acme Comix, Milano, 1991
















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mercoledì 4 febbraio 2009

Il cristianesimo come malattia - pagina 9

Il Cristianesimo come malattia

Nulla è più malsano, entro la nostra malsana modernità, della compassione cristiana. Qui, essere medici, qui, essere inflessibili, qui, affondare il bisturi - questo, spetta a noi, questa, è la nostra specifica filantropia, così, noi siamo filosofi, noi Iperborei!

da pagina 9

Per informazioni sul libro

Per ogni richiesta relativa a libro, questi sono i riferimenti:

Silvano Lorenzoni
Casella Postale 43
36066 Sandrigo (vi –vicenza)
e-mail: silvanolorenzoni@yahoo.it

I.M.S.P.
Casella Postale 53
36063 Marostica (vi – vicenza)
e-mail: politeismo.vicenza@yahoo.it

Francesco Scanagatta
Casella Postale 77
36063 Marostica (vi – vicenza)
e-mail: scanagatta@yahoo.it
cell. 349 7554994

NOI SENZA PAURA

NOI SENZA PAURA

Il più grande avvenimento recente - che 'dio è morto', che la fede nel Dio cristiano è divenuta inaccettabile - comincia già a gettare le sue prime ombre sull'Europa. A quei pochi almeno, i cui occhi, la cui diffidenza negli occhi è abbastanza forte e sottile per questo spettacolo, pare appunto che un qualche sole sia tramontato, che una qualche antica profonda fiducia si sia capovolta in dubbio: a costoro il nostro vecchio mondo dovrà sembrare ogni giorno più crepuscolare, più sfiduciato, più estraneo, più 'antico'. Ma in sostanza si può dire che l'avveniimento stesso è fin troppo grande, troppo distante troppo alieno dalla capcità di comprensione dei più perché possa dirsi già arrivata anche solo la notizia di esso; ... e di tutto quello che ormai, essendo sepolta questa fede, deve crollare perché su di essa era stato costruito e in essa aveva trovato il suo appoggio ... Una lunga, copiosa serie di demolizioni, distruzioni, tramonti, capovolgimenti ci sta ora dinnanzi: chi già da oggi potrebbe avere sufficiente divinazione di tutto questo da diventare maestro e veggente di questa mostruosa logica dell'orrore, di essere profeta di un ottenebramento e di un'eclisse di sole di cui probabilmente non si è ancora vista sulla terra l'uguale? ... Siamo ancora forse ancora troppo soggetti alle più immediate conseguenze di questo avenimento - e queste più immediate conseguenze, le conseguenze per noi, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare, non sono per nulla tristi e rabbuianti, ma piuttosto come un nuovo genere, difficile a descriversi, di luce, di felicità, di ristoro, di rasserenamento, di incoraggiamento, di aurora ... In realtà noi filosoofi e 'spiriti liberi' , alla notizia che 'il vecchio Dio è morto' ci sentiamo come illuminati dai raggi di una nuova aurora; il nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di meraviglia, di presagio, di attesa - finalmente l'orizzonte torna ad apparirci libero ... ogni rischio dell'uomo della conoscenza è di nuovo permesso; il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinanzi, forse non vi ancora mai stato un mare così 'aperto'.

Da: Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 343.

L'Anticristo a Fumetti