domenica 15 febbraio 2009

Friedrich Nietzsche o del radicalismo aristocratico

Georg Brandes
Friedrich Nietzsche o del radicalismo aristocratico
Ar, Padova 1995, pagg. 129.

Georg Brandes (1842-1927), storico e critico danese di larga fama ai suoi tempi, polemista di orientamento hegeliano, fu il primo intellettuale ad occuparsi a fondo di Nietzsche e a divulgarne il pensiero, già con un corso universitario nel 1888. Il breve studio ora tradotto in italiano, uscito a Copenhagen nel 1899, contribuì ulteriormente a diffondere quella vulgata nietzscheana che presto assunse in molti ambienti culturali europei le dimensioni di una moda dilagante.
Interessato alla ricerca su personaggi dalla forte individualità, da Cesare a Napoleone a Dostoevskij, di cui fu biografo, Brandes lesse la figura di Nietzsche da quel lato di iconoclasta individualismo che più Io attraeva, rappresentandolo come un momento di coscienza reattiva di contro al generale conformismo del tardo Ottocento. Come bene osserva Francesco Ingravalle nella nota introduttiva al volume qui recensito, « agli occhi di Brandes [...] l’immoralista e anticristo risulta una force de frappe per l’individualità contro la mediocrità culturale dei contemporanei «. Così inquadrata, anche una filosofia disorganica e contraddittoria come quella aforistica di Nietzsche finisce col risultare portatrice di un preciso e ben definibile significato: di qui l’uso del termine « radicalismo aristocratico «. Che peraltro piacque molto a Nietzsche, che ne venne a conoscenza nel corso di uno scambio di corrispondenza con Brandes risalente al 1887: «L’espressione radicalismo aristocratico che Lei impiega è ottima: mi permetta di dirlo, è la cosa più intelligente che abbia letto sinora sul mio conto », gli scrisse.
Al di là dello stesso centrale messaggio nietzscheano di un momento creativo distruttore del moralismo e artefice della nuova tipologia umana, Brandes giudica la sua filosofia da una prospettiva più distanziata, giungendo a definirla nei suoi aspetti di ricerca e volontà di una nuova cultura, uno stile diverso e più alto che desse forma solida alla civiltà. Nietzsche è visto come sensibile e ardito anticipatore di un clima superiore — fatto di omogeneità e unità e non di difformità e mescolanza — dal quale far scaturire il protagonista delle ere a venire: il superuomo, la “casta di spiriti superiori capaci di conquistare il potere » sottraendolo agli indegni « filistei della cultura» votati all’informe, al piccolo, all’omologante. Sarebbe questa una poderosa Bildung di nuovo segno, contro la propria epoca, contro i contemporanei, per il dominatore del domani, solitario ed eroico, duro con se stesso e con gli altri ma non ingiusto. Esattamente come lo sono la vita e la natura, dure anch’esse, ma che non sanno del giusto o dell’ingiusto. Il lavoro, lo scopo, la giustificazione stessa dell’esistenza umana sono dunque tutte in questa potente gestazione dell’individuo superiore, che un giorno soppianterà il semplice uomo.
E dunque il Nietzsche per così dire antropologo quello di cui parla Brandes: l’uomo di genio ristretto nella mediocrità di un’epoca conservatrice e perbenista che sente la febbre di nuovi spazi e di nuove realtà. « Ma l’elemento significativo e interessante del discorso intellettuale di Nietzsche «, scrive Brandes, «è la sua indagine su quanto la vita sia capace di far uso della storia. Dal suo punto di vista, la storia appartiene a colui che sta combattendo una grande battaglia e che, pur avendo bisogno di esempi, di insegnanti e di consolatori, non può trovarli tra i suoi contemporanei ». E lo spirito con cui il solitario di Sils-Maria si volge ad un tempo verso l’Ellade e la sua cultura tragica e verso il futuro, vaticinando il risorgere della forma eroica per mano di una trionfante «generazione intrepida «..Superate le colonne d’Ercole di Schopenhauer e di Wagner — attardatisi secondo Nietzsche entro frusti labirinti di moralismo pietistico di tipo romano-cattolico « —, la filosofia dell’avvenire sarà il superamento definitivo dell’opposizione bene-male (chi ama la vita e il piacere deve volere anche la corrispondente sofferenza), l’edificio aperto e saldo in cui nascerà il libero « legislatore di se stesso «. Il nobile, che, alla greca, è anche buono, è l’espressione della nuova-arcaica « sensibilità di appartenenza» rilanciata da Nietzsche, il quale indica nella potenza e non più solo nella volontà i fini ultimi dell’umanità liberata. Brarides, che in questo radicale differenzialismo coglie qua e là diffuse assonanze con segmenti della cultura ottocentesca (un po’ di Renan, episodi di Flaubert, echi dell’epica moderna di Spitteler), si produce in un’ottima pagina nel descrivere la diversa attitudine tra normalità e superiorità, riassumendole nelle figure alternative di Bruto e Cesare: aridità e involuzione nel primo, nobilità e semplicità unita a grandezza nel secondo.
Sono archetipi che ben introducono alle vette simboliche dello Zarathustra, dove si celebra con inarrivabile virtù poetica un prorompente amore per la vita e per la sua grandezza: « E un libro buono e profondo. Un libro splendente della sua gioia di vita, oscuro nei suoi enigmi, un libro per i rocciatori dello spirito, per i temerari e i pochi i quali praticano il grande disprezzo dell’uomo: odiano le folle e nel loro grande amore per l’uomo detestano quest’ultimo così profondamente proprio perché hanno la visione di un’umanità più alta e coraggiosa che tentano di creare ed educare ‘>. Un giudizio che renderebbe superflua gran parte della valanga di libri che si è rovesciata dall’inizio del secolo fino a oggi sulla filosofia di Nietzsche, strattonandola, opprimendola in definizioni o riletture troppo spesso parziali, interessate o frutto di mancata assonanza. Mentre essa, come ogni spirito libero vede, parla con grande chiarezza da sola.
Il violento atto di fustigazione contro tutte le degenerazioni dell’epoca — miopie piccolo-borghesi: accademismi mediocri, nazionalismi tronfi, populismi corrivi, bigottismi avvilenti, e poi massificazione del sapere e svuotamento della cultura — ma soprattutto l’ergersi solitario di un uomo malato contro lo strapotere compatto di una società volgare: ecco cosa in Nietzsche, più di tutto, affascina Brandes. Il suo parlare in grande ad un mondo che non può recepirne appieno i significati, ripiegato com’è in una fatua e morente atmosfera da belle époque, marcia interiormente e già minata da morbi come la mentalità mercantile e il socialismo, veicoli di abbassamento ulteriore del valore-uomo e di predominio di una specie inferiore, tutta incentrata sul plebeo risentimento. Anche così Brandes motiva il disprezzo che Nietzsche mostrò nei suoi ultimi anni soprattutto verso i tedeschi e i loro vizi, tra i quali include-va anche quel nazionalismo e quell’antisemitismo di piccolo cabotaggio assai diffusi all’epoca tra le categorie ai suoi occhi più detestabili: dagli accademici ai bottegai, fino all’ormai sfibrata aristocrazia dirigente. Ben altro interventismo culturale avrebbe voluto chiedere Nietzsche ai suoi compatrioti, da cui si sentiva tradito. Ben altro linguaggio — propriamente rivoluzionario ed eroico — parlava il suo intendimento per l’affermazione della vita, di fronte al quale la Germania utilitarista e conservatrice del suo tempo pareva prestare orecchio distratto.
Come scriveva Brandes in una recensione del 1909 ad Ecce Homo (che compare nell’edizione italiana insieme ad uno scritto in memoria del filosofo appena scomparso e all’interessante epistolario che intercorse tra i due uomini), Nietzsche preferì la solitudine all’incomprensione, soffrendo l’indifferenza altrui come un destino di dolore ma non cedendo mai per questo; anzi, ogni volta rafforzando quel ‘~carattere di superiore grandezza «che alla fine, sotto la condanna di una pressione psicologica sempre crescente, doveva condurlo al triste esilio della follia.
Luca Leonello Rimbotti
Da “Diorama Letterario”, febbraio 1997, nr. 201, Pagine 36-37

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